Goodbye – [stories 2]

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Era troppo tardi.

Non era rimasto nulla del loro rapporto, sempre se così si potesse chiamare. Eh sì, perché è difficile definire un continuo discutere. Un continuo perdersi per poi trovarsi. Una discussione che terminava con un bacio e riprendeva con un messaggio inviato il giorno seguente. Non era e non era mai stato un rapporto sano, sebbene lui continuasse a cercare di convincerla del contrario e a scaricare ogni colpa su di lei.

Ma era tardi ormai, rimaneva solo il ricordo di quella sera in cui tutto avrebbe potuto iniziare, o finire al tempo stesso, così come accadde. Ciò che sarebbe potuto essere,
se solo ……
Come dice il proverbio, “con i se e i ma, avanti non si va”.

Sin dall’inizio, dal loro primo messaggio, si capiva che c’era qualcosa di strano. Non era magia attrattiva o curiosità, era la necessità di riempire una specie di vuoto. O almeno, per una delle due parti. Dopo mesi e mesi passati a girare intorno al problema senza mai affrontarlo seriamente, erano entrambi diventati consapevoli del fatto che non era vivere, quello; era logorarsi, usarsi, provarci e riprovarci fino a quando le energie e le speranze lo permettevano; parlare di loro, per un nano secondo, e poi Lei, continuamente Lei, sempre e solo Lei.
Lei, che se ne era andata e che la sua scelta l’aveva presa.
Lei, che non tornava (e non sarebbe tornata comunque).
Lei, il loro passato, lei lei e ancora loro.

Lei, che se ne stava felicemente nelle braccia di un altro Lui, continuando la sua vita.
(“Chiusa una porta si apre un portone”, “Morto un papa se ne fa un altro”, sono solo alcune delle frasi utili a semplificare il più possibile il concetto, parliamoci chiaro).

Era troppo tardi.
Quel bacio appena dato sfiorando le labbra per poi essere malamente respinti e sospinti all’indietro era stato FATALE. In un solo colpo la già poca armonia che restava attorno a loro si sgretolò all’improvviso. Questione di pochi secondi.
Le speranze fatte crescere faticosamente in tutti quei mesi spazzate via da una folata di vento gelido, così forte da non risparmiare il minimo germoglio d’amore, e così freddo da riportare buio e tristezza nel fondo del cuore.
Un bacio a metà, era quello l’ultimo ricordo che conservavano.

Da allora più nessuna magia a nessun contatto, solo il desiderio di allontanarsi il più velocemente possibile da Quell’inverno, per cercare l’estate che invece Si portava dentro.

[…]

“Sembrava l’inizio di una qualche felicità. Poi si sa come vanno le cose: scivolano sempre, impercettibili, non c’è verso di fermarle, se ne vanno, semplicemente se ne vanno. ”
Alessandro Baricco

A loro era successo proprio così: si erano conosciuti nel momento sbagliato, frequentati di nascosto con l’unica complicità delle stelle, dopo interminabili chiacchierate di cui unica testimone è stata la luna, si erano innamorati (o forse no?) in un lungo abbraccio sulla riva di quel lago, fidanzati (si fa per dire) tra le risate e le battute di un pomeriggio tra amici, e lasciati con un bacio dal sapore di quelle lacrime che rigavano i loro volti.
Eppure quell’ultimo bacio era ancora pieno di sentimenti, di speranze e forse di sogni d’illusione, facilmente cancellabili dalla spensieratezza dell’estate  e dalla libertà delle uscite e delle vacanze con gli amici.
Si tratta sempre di aspettare, aspettare, non avere fretta, portare pazienza. Capire, comprendere, con terzi incomodi che si intromettono, e altrettanti sconosciuti che cercano sempre di dire la loro, godendo dei dispiaceri altrui.

Si tratta di aspettare; mai di essere aspettati.
Ed è proprio mentre si aspettavano che, inconsapevolmente, se ne andarono.

Ognuno per la propria strada

[…]

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Incolla e scolla

Oggi mentre sistemavo le solite cose sul piano della cucina ho inavvertitamente rotto il coperchio di un porta spezie. Stavo passando il panno vicino al fornello e al lavandino, come faccio quasi ogni giorno, spostando qua e la il servizio di coltelli, i barattoli del sale,e appunto i vasetti delle spezie. Nulla di fragile, al di fuori del tris in porcellana bianco e blu.

E ovviamente, cosa mi sfugge dalle mani? Il vasetto!
E per salvarlo prima che toccasse il suolo, cosa cade per terra frantumandosi in dieci pezzi? Il coperchio. Soli 5 cm di diametro e tanti pezzi così!
CHE ANSIA.
Ma a tutto c’è rimedio! E con un po’ di Super Attak e molta molta pazienza, e altrettanta logica per rimontare quel simpatico puzzle di pezzetti in qualcosa che assomigliasse a ciò che era prima, ho rimediato al danno.

È incredibile come questo inconveniente, del tutto risolvibile, mi abbia fatto ricordare che a volte non basta un po’ di collante per tenere insieme le “cose” e/o aggiustarle.

Quel coperchio sembra come nuovo, è vero, ma se si ci avvicina si intravedono le minuscole spaccature, evidenziate ancor più dal fatto che il coperchio era colorato di blu (e purtroppo nonostante la precisione minuziosa con cui ho riattaccato i pezzi, le parti scheggiate e non più smaltate son ben evidenti). Questo però non è un problema, in quanto il coperchio continuerà a svolgere il suo compito. E, per ora, sono la sola a conoscenza di questa sua fragilità.
Con i legami, però, non è così semplice. Non esiste un collante magico; a fare la differenza sono solo pazienza, la comprensione e la voglia di aggiustare la parte danneggiata.
Vero, esistono mille modi per farsi perdonare, per rimediare. . . certo. Non metto in dubbio la buona volontà.

Ma siamo realisti e obbiettivi per un solo minuto.
Quel coperchio non è più intero.
Quel coperchio, se maneggiato con meno cura, avrà più probabilità di rompersi.
Il collante, con l’umido o il troppo calore, può diminuire la sua azione e non reggere alle pressioni.

Cosa impedisce ad una crepa di diventare un taglio netto?
E un graffio, o una scheggiatura, sebbene mascherate e ridipinte, rimangono comunque nel loro essere.
Tutto provoca un cambiamento. E si sa, al cambiamento nessuno sfugge.
In qualsiasi modo la si voglia vedere, una cosa rotta non torna più come prima. Non è proprio più come prima.

Ecco, le persone andrebbero prese più sul serio. Trattate con cura.
Perché tutti possono avere dei graffi nascosti, delle crepe saldate, e a furia di incollare e scollare non rimane poi più nulla da aggiustare.
Ecco, rimane il non-essere più.

Goodbye – [stories]

Ogni volta si ripeteva sempre la solita storia.
Si vedevano, abbracciandosi come se non si fossero mai persi, e dopo aver preso il caffè si salutavano senza sapere quanto tempo sarebbe passato fino al loro prossimo incontro, o addirittura senza sapere se quella sarebbe stata la loro ultima chiacchierata.
Non avevano certezze. Potevano perdersi. O ritrovarsi. O continuare a credere nella loro instancabile amicizia. Instancabile, aggettivo più che valido per sottolineare la dedizione e la tenacia nel perseguire la volontà di resistere e persistere.
Al tempo.
Alla distanza.
Agli obbiettivi professionali, con destinazioni sparse qua e la per il mondo.

Alle piccole, ma pur sempre dolorose, tragedie contro cui ci si scontra nella vita.

Ai lutti.
Alle malattie.

Alle incomprensioni.
Alle liti e ai mesi senza parlarsi.
Agli amori e agli affetti altrui.

Persistere. E resistere.

[…]

“Oltre i confini spazio-temporali”. Quello era diventato il loro motto.
Non importava più in quale paese, provincia, stato o nazione fossero. Potevano anche trovarsi ognuno all’estremo di un emisfero globale dell’altro. Ovunque fossero, la loro amicizia era irremovibilmente sancita da tutte quelle ore, e quei giorni, che li aveva visti uniti, sempre pronti ad aiutarsi, sempre presenti uno verso i momenti di bisogno dell’altro.
E pensare che si erano conosciuti ad un banalissimo corso pomeridiano liceale, frequentato malvolentieri finché non si instaurò quel bel rapporto d’amicizia che rendeva le lezioni sicuramente meno noiose e la partecipazione più costante.
Tuttavia quell’impegno che avevano in comune li vedeva compagni di lezioni  solo una volta alla settimana, un tempo assai limitato per ridere e scherzare. Trovandosi in sintonia, passarono agli intervalli, e ad altri pomeriggi di esercitazioni per il corso.
Il ridere e scherzare col tempo  si tramutò in condivisione per lo studio e la materie scolastiche, in notizie e scoop riguardanti la scuola e i professori,, in piccole confidenze ed informazioni d’ambito affettivo ed emotivo, fino ad arrivare ad essere veri AMICI.

Ogni volta un “Ciao”, sapendo che non è facile, sapendo che si mancheranno, giusto un po’.  Ogni volta un “Ciao”, a voce, per mail, messaggio vocale o quando sono più fortunati per Skype.
Spesso il silente pensiero: “Ciao, dai che quando torni ci vediamo”.

Sono passati ormai sette anni. E tuttavia, se li si osserva bene, da lontano, si potranno ancora scorgere i due compagni di scuola, seduti uno di fronte all’altro, che se la contano, ridendo dei loro guai, e continuando a condividere, e finalmente realizzare, ognuno i propri sogni ed ambizioni.

[…]

Si erano conosciuti per sbaglio.
Non nel senso della solita e ripetitiva frase che vi sarà sicuramente apparsa in mente, schiava della convenzione, “si sono conosciuti per sbaglio, ma è stato lo sbaglio più bello della loro vita”.
NO NO.
Questa storia ha tutto, tranne che un qualcosa di romantico.

Era un normale sabato sera estivo, caldo e stellato, l’ideale per andare a ballare con le amiche. E perché no, fare qualche nuova conoscenza.
La pista esterna era affollatissima, quasi tutti visi conosciuti. Idem per l’interno. E sai che novità, era l’unico locale nel raggio di 20 Km, era scontato si trovassero tutti li. La speranza di nuovi incontri moriva ogni volta sul nascere. Sempre le solite persone, sedute addirittura sugli stessi tavolini (e con lo stesso stile d’abiti, come avessero vestiario identico e monocromatico ogni sabato sera che presenziavano a tali eventi…).
L’unica differenza stava nelle compagnie, persone che di sabato in sabato brancolavano come pecore al buio da un gruppo di “amici” all’altro, a seconda del comodo che potevano ritrarne la sera in questione.
Era un normale sabato sera estivo, caldo e stellato, ma per qualcuno con la voglia di cambiare, di non (s)cadere nel banale.
Con la voglia di emozionarsi. Chissà, di innamorarsi.

Lui (X) era diverso dalla massa (e lo sarebbe stato anche nei 6 anni a seguire…).
Jeans lungo bianco, maglietta a manica corta nera, capelli corti, un po’ bassino ma molto espressivo. Riservato e di poche parole. Poche, quelle giuste, al momento giusto.
Amico di amici di amiche. Classica circostanza di serate come quella nei piccoli paesi.
Eppure che fascino gli incontri casuali, e le emozioni impreviste.
E quanta timidezza, e troppo poca sobrietà.
E basta davvero poco a fare confusione, e dare, e ricevere, numeri di telefono sbagliati.
L’ingenuità di fidarsi degli amici di tramite nonostante la loro poca lucidità.
La genuinità dei rapporti umani, senza cercare le persone su Facebook o simili mezzi tecnologici, ne visualizzarne la foto su WhatsApp (che nemmeno esisteva) ed avere la fortuna di avere 100 Sms al giorno e di fare squilli dai mille significati. Pensare bene a cosa scrivere e cosa domandare, per non apparire troppo invadenti e non sprecare quel messaggio, ma mostrare comunque il giusto interesse.

Fu così che iniziò la loro amicizia.
[Y era riuscita ad avere il numero di X. Tuttavia, X credeva di avere quello di Z].
Dopo due,tre giorni si resero conto  dello sbaglio. Nonostante ciò, erano ormai entrati in contatto e non aveva senso perdersi dopo un simil buffo modo d’essersi conosciuti, anche se le idee erano diverse e i sentimenti del tutto opposti.
L’estate passò, e con lei pure le cotte e le incomprensioni.
Ma l’amicizia, quella rimase.

[…]

Non aveva fatto in tempo a salutarlo. Ed ora era troppo tardi.

Ripercorreva a memoria la loro ultima conversazione, se così la si può chiamare. Al telefono, tra un battibecco e l’altro.
Lei sempre in puntuale anticipo, lui perennemente in ritardo.
Lui, che prima era il suo angelo dal mancato tempismo , ora lo sarebbe diventato in modo perenne, a ogni ora del giorno e della notte, senza alcun limite.

Ma ora non aveva più alcuna importanza. Il tempo si era fermato al termine di quella telefonata, troppo breve e futile considerando le circostanze a posteriori.
Nemmeno un “ciao”. Solo un ruffiano e frettoloso “Dai arrivo” seguito dall’altra parte del telefono da un comprensivo e speranzoso “Okay, allora ti aspetto”.
Lei era lì, ad aspettarlo, come sempre. Lui faceva sempre tardi. Sempre. Ma lei imperterrita non si era mai stancata di questo suo difetto. Amava  ogni cosa di lui.
Lo stava aspettando e non avrebbe smesso di farlo.
Mai più.

Nemmeno ORA, dopo quella telefonata. Lei lo aspettava. Ancora non sapeva che ……
Un ‘ORA’ senza più inizio ne fine.

Perché si sa, ogni fine dovrebbe essere sancita da un arrivederci o da un addio.
O almeno da un “ciao”.

No?

[ … to be continued …]

Timeless …

Una pagina rimasta in bianco troppo a lungo. Cinque mesi, secondo l’archivio del blog. Questa però è solo una quantificazione materiale, una tempistica che sottostà alle norme temporali consuetudinarie, a cui tutti, bene o male, facciamo riferimento.

Credo che per uno scrittore, o meglio un appassionato di scrittura come me, il tempo sia un fattore meno tangibile e più soggetto ai pensieri e al peso/valore che si vuole loro affidare. Non si tratta tanto di uno scrivere per scrivere, quanto più di uno scrivere per esprimere ciò che si ha dentro e, come ho ribadito più e più volte, metter ordine. Evidentemente tale necessità non possono essere calcolate o programmate, vanno comprese e colte al momento opportuno. Possono manifestarsi giornalmente, o ad intervalli regolari, o irregolari; una settimana, un mese, o sì, cinque mesi.
Con ciò non intendo dire che si debba scrivere solo quando si è pensierosi, o turbati, e nemmeno che in questi cinque mesi non abbia vissuto emozioni e situazioni altrettanto speciali e meritevoli di essere “trascritte” come quelle dei mesi precedenti.
La scrittura è sempre e comunque una forma d’arte, non sempre ha regole ed ognuno è libero di sentirla e interpretarla come meglio crede. Io, per esempio, la sento come mezzo di libera espressione e condivisione, ma al tempo stesso come riorganizzazione dei pensieri, perché finché li tengo”dentro” essi possono mutare, confondersi o addirittura sbiadire, mentre una volta messi nero su bianco non possono più scappare o trasformarsi.

Perciò, mi scuso con coloro che a volte attendono di leggermi e non trovano nulla per mesi, ma vi assicuro che questo per me è un mondo molto sensibile e che si estende infinitamente nel tempo.

Insomma, a chi mi legge e mi segue da tempo credo (e spero) di riuscire a trasmettere tutto ciò..
Emozione? Fantasia?  sentimenti? Vita reale.. o cos’altro?
A VOI LA SCELTA.
“Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate
C. Magris

Apparenze

” Apparenza: Ciò che appare, che si mostra alla vista; quindi aspetto, e anche contegno, comportamento esteriore […]; per lo più si contrappone alla sostanza, a ciò che è in realtà […]”

Aveva l’abitudine di sorridere.
Sin da bambina, sin dalle prime volte che se la era sentita dire, le era rimasta ben impressa nella mente una particolare frase, la stessa frase che ogni mattina si ripeteva appena sveglia, ancor prima di mettere i piedi per terra, segno innegabile dell’inizio di una nuova giornata.

“Un giorno senza sorriso è un giorno perso”

Non importava la tempesta, la pioggia o il sole che si portava dentro; ogni mattina Lei sceglieva la primavera.
La sua più reale apparenza.
Non importava quanta freddezza o scontrosità avessero le altre persone che incrociavano il suo sguardo, visi assonnati la mattina o frustrati la sera; Lei sorrideva.
Apparenza ormai sfumata, in una realtà così delineata.
Quei sorrisi spontanei, gentili, semplici; senza pretese ne vanità, con l’intento di brillare, non ammaliare. Mai.

Non è un sorriso. Non solo. A volte si mostra come fosse un raggio di sole. Deciso. Radioso.
Come quello che la mattina riesce a filtrare tra le tapparelle e, caldo, ti accarezza il viso. Quello che fa luccicare l’erba, coperta dalla prima soffice rugiada, di un verde brillante.

Piccole scintille di gioia smorzate da fiumi di diffidenza.
Sorrisi mal interpretati, scambiati purtroppo per apparenza, quando in realtà per qualcuno sono la sostanza stessa.

“Nel cuore di ogni inverno c’è una primavera palpitante, e dietro la nera cortina della notte, si nasconde il sorriso di un’alba” [Kahlil Gibran]

Memories #1

Quella sera Jane aveva una strana sensazione, un misto di  impazienza e timidezza che traspariva sul suo viso e che cercava di nascondere alle sue amiche. Era tornata da pochi giorni da una vacanza di due settimane in Spagna, vacanza che l’aveva sicuramente allontanata dal suo pensiero d’amore ormai fisso, ma che non le aveva fatto dimenticare le incertezze e gli ostacoli che si insinuavano tra lei e il ragazzo dei suoi sogni.
Infatti, nonostante la distanza e le mille distrazioni che offriva la terra straniera, non era passato giorno senza che Jane e Karl non si fossero sentiti, dai semplici e teneri messaggi alle telefonate, troppo brevi, poiché alquanto dispendiose, per appagare la malinconia e l’assenza di quei due cuori così lontani.
E quando la realtà non ti permette di avere ciò che vuoi?
Durante la giornata Jane poteva anche riuscire a distrarsi, a godersi il sole, la playa, la buona compagnia, il buon cibo, le visite turistiche, lo shopping sfrenato, ma poi ovviamente arrivava il momento di andare a dormire; era allora che il subconscio prendeva il sopravvento sulla ragione e… buonanotte buoni propositi di non pensare al suo Karl!
Se sentirsi era già di per se straziante, i sogni erano una tortura ancor peggiore.

Era tornata, e aveva ritrovato ogni cosa al suo posto: lei, innamorata; Karl, confuso; le amiche, divise tra chi era contraria e chi sostenitrice di quel legame.
L’estate stava passando, un mese e poco più e si avrebbe fatto ritorno a scuola.
Il tempo trascorreva troppo velocemente, e Jane e Karl purtroppo avevano impegni e passatempi estivi molto differenti; non avevano nulla in comune, fatto che impediva loro di incontrarsi o di passare insieme le belle giornate di sole, e poche erano le occasioni in comune tra amici, uscite e feste che permettevano di vedersi.

Eppure era bastato quel poco, quel pochissimo tempo tra i banchi e le lezioni estive, a unire quelle due personalità così opposte. C’era qualcosa di speciale, ma naturale, un affetto e una premura straordinaria che Jane maturava nei confronti di Karl ogni qualvolta che lo vedeva. Bastava una sua buffa risata, una battuta fuori luogo, un insolito nomignolo. Karl la faceva ridere, e riusciva sempre a trovare un modo per avvicinarsi a lei senza dare nell’occhio.
Forse era proprio quell’incoerenza di affetto-distacco ad attrarre Jane: in pubblico Karl era solo un viso tra tanti altri, un ragazzo come altri che si destreggiava tra ragazze e motori, facendo l’audace e lo spiritoso agli occhi degli amici, ma quando rimanevano soli, Karl era semplicemente se stesso.

Ora era tornata. E non vedeva l’ora di riabbracciare il suo Karl.

[…]

Amnesia (?)

Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin … driiiiiiiiin … ORE 7.00

“No dai, altri 5 minuti, solo 5 minuti ancora”

Driiiiiiiiiin … driiiiiiiiin … driiiiiiiiiin… ORE 7.05

Eccola. La sveglia. Un’altra giornata che ha inizio. Non c’è niente di peggio di svegliarsi e rendersi immediatamente conto di come l’intera giornata sia scandita dal ticchettio delle lancette, di come sia già tardi prima ancora che si metta piede fuori dal letto.
Unica cosa positiva: il SUO messaggio, il SUO buongiorno, il SUO profumo sul cuscino.
Piccole emozioni che ti regalano un sorriso accecante, in grado di illuminare la stanza ancora immersa nella magia dei tuoi sogni.
Il primo pensiero? Solo Lui.
Rispondo al messaggio, e ripenso alla fortuna che ho ad avere accanto a me un angelo custode. Ed ecco che la mente, ancora debole e insonnolita sfugge via e l’emotività prende il sopravvento: il primo bacio, la prima uscita, la prima pizza. Quella panchina, quel lago, quel profumo. Tanti ricordi, tutti insieme, di quelle settimane precedenti.
Mmmmmmm.. quel profumo, inconfondibile, sul cuscino così morbido, su di un letto così accogliente, e la luce ancora soffusa che trapela dalle serrande socchiuse.. Quasi quasi, altri 5 minuti ancora.. Solo 5 e poi…… Zzzzzzzzz

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Driiiiiiiiiiin … Driiiiiiiin….. ORE 8

Meno male che esiste la funzione di posticipare questa maledetta sveglia, una comodità data per scontata al giorno d’oggi. E io che ricordo ancora quando, in quelle buie mattine invernali da liceale incallita, era la sveglia dell’età della pietra l’unica in grado di buttarmi giù dal letto – avete presente? Quella risalente ai primi del ‘900, in ottone, in grado di produrre un tale suono forte e assordante fino a farti destare meglio di una doccia fredda.
Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Il tuo peluche accanto al cuscino.
Sul comodino solo un libro, fedele compagno che ti culla fino al sonno.
Sulla parete di fronte nessuna foto, ma l’entusiasmante mappa concettuale del progetto tesi.

“Ma non mi ero svegliata solo un’ora fa? Che fine hanno fatto i messaggi, il profumo, le foto?”

– AMNESIA? –

amneìa s. f. [dal gr. ἀμνησία, comp. di ἀ- priv. e –μνησις (dal tema di μιμνσκω «ricordare»: cfr. ἀνάμνησις «anamnesi»), attrav. il fr. amnésie]. – Perdita o diminuzione notevole della memoria, sia generale, estesa cioè a tutti i ricordi, sia parziale, limitata a determinati ricordi, nomi, ecc. [Vocabolario Treccani]

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Driiiiiiiiiiin … Driiiiiiiin….. ORE 8,05

Non è passata un’ora. Eppure ricordo benissimo, la sveglia alle 7, i messaggi, il treno, l’università….
Erano le 7, ne sono sicura! E non posso aver sognato, non si può sognare addirittura un profumo, e il sapore di quel bacio, e sì, pure quelle sensazioni di “farfalle allo stomaco”! Ma dove sono? Ma che giorno è oggi??
PANICO
Una lacrima che lenta riga il tuo viso, rovinando quella che sembrava essere una delle tante mattine dal risveglio perfetto, abbracciata dall’Amore e rassicurata da una Presenza, tangibile nell’aria, anche se in realtà a Km di distanza.
Proprio quella lacrima riporta alla realtà, guidando quasi meccanicamente gli occhi al calendario. E più precisamente, alla data di oggi. E peggio, al mese corrente.

Erano le 7, ma di quanti giorni fa?
Giorni? Ormai mesi.
Passati.

Riesco a ricordare perfettamente il risveglio delle mattine in cui frequentavo il liceo, e non riesco a ricordare quello che non ho da un mese o poco più. Anzi, non riesco a quantificare più il tempo? (Io, inguaribile perfettina, sempre con l’orologio al polso, mai puntuale perché sempre in anticipo).
Non riesco più a fare ordine tra QUEI ricordi. Non cronologicamente. Perché i momenti, e le date, si possono dimenticare, capita a tutti, ma non le persone. le persone ti rimangono cucite addosso, un lungo filo invisibile che unisce finché c’è ricordo.
Incredibile come i ricordi riescano a giocare simili brutti scherzi.
Sarà che la mente tende a conservare i ricordi belli, quelli che ci hanno regalato le sensazioni più vere e uniche, dimenticando quello che perdiamo.
Sarà che la mattina, non ancora lucidi, ma a metà tra il mondo delle delusioni e quello dei sogni, è la parte emotiva a farla da padrone.

Sarà che – così si dice – non c’è separazione definitiva fino a quando c’è ricordo.
Ma se il ricordo fa male, allora forse qualcosa dentro scatta per proteggerti: AMNESIA.

” Lacrime invisibili”

Sdraiata sul letto, con lo sguardo fisso al soffitto della stanza e la stanchezza che dolcemente dalle spalle e dal corpo scivola fino alle palpebre, rendendole così pesanti e terribilmente arrendevoli.
Faccio partire la riproduzione casuale dei brani in memoria sul cellulare, e pochi minuti dopo il sonno ha la meglio sulla volontà di ascoltare per una volta un po’ di musica.

 … “Lacrime invisibili , che solamente gli angeli san portar via” …

Saranno passate una decina di canzoni nemmeno da quando avevo messo le cuffiette. Le ultime note che ricordo di aver sentito sono quelle di “You can feel the light start to tremble, Washing what you know out to sea, You can see your life out of the window, tonight”… Strano! Sono quasi sempre quelle che mi rasserenano la mente e mi accompagnano nel mondo dei sogni…
Ma ecco all’improvviso quella canzone, quelle inconfondibili parole, riescono a riportarmi alla realtà, come se avessi dormito una notte intera (e non una ventina di minuti).

… “Ma cambierà stagione… Ci saranno nuove rose” …

“Incredibile” penso. Quanto delle semplici parole ascoltate già un’infinità di volte possano crearti un’emozione diversa a seconda dello stato d’animo in cui ci si trova al riascoltarle.
Mi sono resa conto di quanto le parole di una canzone mi giungano o meno dritte al cuore in base a dove sono e con chi. Frasi abitudinarie, cantate a memoria per anni, che all’improvvisano si tingono di nuovi colori. Canzoni di sottofondo a viaggi, feste, faccende domestiche, amori silenziosi o nottate chiassose.

Avevo letto da qualche parte “Alcune canzoni, se chiudi gli occhi, in determinati momenti, diventano persone”.

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Discostandoci per un attimo dal concetto più ordinario e tradizionale, credo che la “musica” possa essere creata da tanti suoni, forse anche dai più semplici. E a questo concetto si possono riallacciare i molteplici modi di dire che esistono con questo termine, come ad esempio “Musica per le orecchie”, per indicare una proposta o un discorso gradito, o “è sempre la stessa musica”, riferito solitamente a situazioni già vissute, scuse o pretesti già sentiti innumerevoli volte, o ancora “è tutta un’altra musica”, per indicare viceversa una situazione completamente diversa.

Oggi mi sono accorta di quanto i suoni circondino quotidianamente le nostre vite, essendo presenti in ogni attività che svolgiamo durante la giornata, molto più di quel che pensiamo. Ma forse non ce ne rendiamo conto perché tendiamo a considerare “musica” solo le singole canzoni o i brani che ascoltiamo alla radio o sui nostri inseparabili dispositivi super tecnologici, dimenticandoci del resto dei suoni con cui ogni giorno entriamo in contatto – per non parlare dell’inquinamento acustico a cui siamo sottoposti, consapevolmente o no.

E COME SUCCEDE PER LE PAROLE DI UN TESTO, DI CAMBIARE IN BASE AL MOMENTO E AL MODO IN CUI SI ASCOLTANO, ANCHE I SUONI POSSONO REGALARE EMOZIONI NUOVE.

Da insignificanti suoni, spesso pure considerati fastidiosi perché si sovrappongono al troppo rumore dei nostri pensieri, e dei problemi e preoccupazioni, se ci concentriamo e pensiamo a quale magnifico dono sia la vita, si possono trasformare in qualcosa di magico. Facendoci assaporare un po’ di più l’effimero passare del tempo. Ricordandoci di sorridere, di godere della semplicità delle cose, di guardare dentro l’anima delle persone, di ascoltare i cuori, di perdersi nell’infinito di certi sguardi.

Quanti suoni perdiamo, distratti dal ritmo frenetico della vita, e di conseguenza quanti piccoli particolari intorno a noi rimangono invisibili agli occhi, corrotti dalla ricerca sfrenata di oggetti e cose più tangibili e materialistiche.
I suoni e i gesti più naturali della nostra esistenza. E ce ne sono infiniti.
Il pianto di un bambino svegliatosi nel cuore della notte per un brutto sogno.
Il bisbigliare di due ragazzini alla prima “cotta”, con il viso basso dalla timidezza, ma gli occhi sicuramente colmi d’amore.
Il suono delle campane a festa che si espande per il paese la domenica mattina.
Le grida di gioia all’annuncio di un lieto evento.
Le grida di rabbia di due cuori troppo stanchi e sopraffatti dai fantasmi della mente.
IL BATTITO DI UN CUORICINO durante un’ecografia, e poco dopo, il pianto di felicità di due persone che ricordano la bellezza del dono della vita.
L’infrangersi delle onde cullate al riflesso di una luna continuamente testimone di segreti e tradimenti, di amori che iniziano e amori che finiscono.
Il rumore di un treno che passa a tutta velocità in una stazione desolata.
Lo squillare incessante di una chiamata che forse non avrà mai risposta.
Il “Click” della macchina fotografica che immortala per sempre un’emozione.
Il silenzio assordante che segue dopo un bacio sospirato.

Lacrime invisibili che solamente gli angeli san portare via.

” Un’Amica ” insostituibile

Oggi scorrendo tra i post dei blog che seguo, la mia attenzione è stata prontamente attratta da un gran bel titolo interrogativo, ovvero “Perchè tenere un diario?”[https://pistolato.wordpress.com/2015/06/17/perche-tenere-un-diario/]

Concordando praticamente su tutto quello che ho letto, e che ora condivido anche con voi, mi sono ricordata dell’importanza che ha la Scrittura per me. E non sono io a cercare Lei, non la percepisco come un’azione del tutto volontaria che mi impongo di svolgere quotidianamente. Per me, almeno, non è così. Come se fosse Lei a chiamarmi, sempre, a farmi sentire la sua mancanza, la sua necessità. Come l’amica del cuore che ad un solo sguardo ti penetra dentro e si mette a disposizione per ascoltarti; capisce che è giunta l’ora di liberarsi di quel rumore, quel insormontabile rumore dei pensieri che affollano ormai troppo e troppo spesso la tua testa, quella lenta tortura dolce che confonde ma chiarisce, che ti crea molti interrogativi ma poi ti fornisce anche tutte le risposte, anche quelle che cercavi da tempo.

La Scrittura. Arriva in mio soccorso, sempre. Un quaderno, un diario… o addirittura fogli di appunti, e l’agenda, e un SmS al proprio stesso numero! Tutto per non perdere il pensiero di quel momento… e poi quelle lettere mai spedite, senza nemmeno un destinatario ben preciso, se non Lei.
Un file senza fine, un blog, ma sempre Lei.

Rileggersi poi, a distanza di anni, o anche solo di mesi, ti fa capire quanto possano effettivamente cambiare le cose. E a quale velocità! Permette di conoscersi a fondo e di analizzare anche a mente più lucida le situazioni passate, i ricordi e le emozioni; analizzarle in modo più oggettivo e razionale, e talvolta stimola a ricercare le motivazioni che avevano portato a quel pensiero o a certe azioni.  Una continua indagine di se stessi, una specie di auto-critica, personale ma costruttiva.

Un atto che potrebbe sembrare quasi scontato e banale: quale difficoltà c’è a tenere un diario? O comunque un “qualcosa” in cui annotare, raccontare, condividere pensieri, opinioni, o storie? Basta sedersi, prendere carta e penna (per modo di dire…) e scrivere qualcosa.

Beh, non solo. Non credo debba limitarsi a ciò. Si tratta di un qualcosa di inspiegabile a parole.
(ironia della sorte: è un’azione che vive e si nutre continuamente di parole, ma forse non ne possiede abbastanza per riuscire a descrivere se stessa in toto/ non trovo una spiegazione che riesca a racchiudere tutte le diverse e contrastanti sensazioni che crea la Scrittura, libera e incondizionata).
Come ho detto più di una volta scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro e lo si trasforma in parole.
Semplicemente la si sente dentro. La si riconosce come propria. Addosso. Prende lei il controllo delle mani e ti guida, lettera dopo lettera. Singolare e unica a modo suo, ma diversa poi in ognuno di noi.
Per me è molto di più di una mera azione quotidiana.
È Libertà. Come un vento che torna a soffiare dopo interminabili momenti di calma piatta e che permette alla vela di gonfiarsi e riprendere velocità.

Si è LIBERI solo quando si può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti.

S A B A T O.💕

Ogni tanto il destino ti fa aprire gli occhi. Non pensi a nulla e nessuno, eppure ti capita di ritrovarti a leggere pensieri e parole altrui che, guarda caso, non rispecchiano nient’altro che la tua stessa situazione. Nemmeno farlo apposta.
Semplicemente.. piccoli segni, pesanti come macigni sul cuore.

7amelie

A volte,per ritrovare la felicità, bisogna semplicemente riuscire ad ANDARE AVANTI.
Dopo tutto ci saranno sempre momenti brutti,in cui tutto sembra caderci addosso…in cui sembra che tutti vadano avanti,mentre tu…sei fermo.
Spesso è difficile superare il passato,soprattutto se questo ci ha lasciato un segno. Però,alla fine,se ci pensiamo,il passato è passato insieme a tutto ciò che ve ne faceva parte(persone comprese).
E se questo è successo, UN MOTIVOC’È.
È per questo che non dovremmo mai cercare di attaccarci ai ricordi solo perché in quel momento eravamo “felici”.
Le persone VERE non se ne vanno e i momenti migliori devono essere proprio quelli passati con queste persone.

Niente è mai come noi pensiamo che sia…ma dovremmo sempre andare avanti,vivendo il presente e guardando al futuro,sempre insieme alle persone che ci amano. ?

Buon sabato mattina a tutti.?☕?❤

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